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Annibale Barca - origini

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simone-d.
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Annibale Barca - Origini - Storia
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vorrei informazioni sulla famiglia di Annibale Barca e in particolare sulle origini della madre.
Mille grazie per l'aiuto e a risentirci presto.
Buona vita new_multi.gif



subpanda
MODERATORE
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Annibale Barca - Origini - Storia
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La scuola militare di Amilcare Barca doveva essere ottima: i suoi tre figli Asdrubale, Magone e Annibale furono generali eccellenti. Annibale, in particolare, ha un posto di riguardo tra i geni dell'arte militare e rimarrà per sempre il miglior comandate di truppe mercenarie della storia.

L'arte militare di Annibale trova origine nella tradizione ellenistica, ma per la sua intima grandezza si rende indipendente ed autonoma da essa.

La cultura di Annibale è greca: greco di Sparta il suo precettore, greci gli intellettuali che frequentava, greca la lingua nella quale dettava le sue opere, andate purtroppo perdute, greco di Sicilia, infine, Sileno, lo storico che, sempre al fianco del generale cartaginese, fu testimone delle sue guerre e fonte primaria di Polibio.

Prima di Annibale tre grandi condottieri avevano segnato il corso della dottrina militare ellenistica: Filippo di Macedonia, Alessandro e Pirro.

Filippo era stato il primo innovatore sotto il profilo tattico e organizzativo.
Alessandro aveva rilevato dal padre Filippo uno strumento militare nuovo ed originale e lo aveva saputo esaltare in ogni suo aspetto, mettendolo al servizio del proprio ineguagliabile carisma.

Pirro sistematizzò il sistema alessandrino con approfonditi studi teorici, che purtroppo non ci sono stati tramandati, e introdusse innovazioni che ne correggevano alcuni elementi di rigidità emersi durante le guerre tra i successori di Alessandro.

Annibale si innesta su questo tronco, ma per darne un'interpretazione assolutamente originale. Durante gli anni della Guerra Annibalica, infatti, nel mondo ellenistico l'arte militare proseguì il cammino tracciato da Pirro cercando ad esempio di rendere più agile e manovriera la falange, articolandola in snodi.

Un processo che giunse al suo massimo sviluppo con Filopemene che battè gli spartani a Mantineia (207 a. C.).

Non si compresero né si studiarono i grandi passi compiuti in Occidente da Annibale.

Chi invece analizzò approfonditamente il sistema annibalico fu proprio il suo più acerrimo nemico, Publio Cornelio Scipione, e con profitto.
Nessuno meglio di Scipione si rese conto che Annibale aveva aperto un orizzonte inesplorato nell'arte della guerra, inventando un nuovo tipo di battaglia, e ne comprese tanto bene il meccanismo da diventarne il miglior interprete.

Per valutare appieno l'importanza storica del contributo di Annibale allo sviluppo dell'arte militare è necessario esaminare le caratteristiche dei tipi di battaglie che la precedettero: l'oplitica e l'ellenistica.

Nella prima, due opposte schiere di fanterie armate esattamente con la stessa panoplia - nel caso dei greci: grande scudo tondo, lunga lancia, corazza - si scontrano frontalmente risolvendo la battaglia in un unico colpo.

Gli elementi che portano alla vittoria sono due: il numero dei combattenti e la loro qualità. Vince chi ha gli uomini migliori o chi ne ha talmente di più da travolgere ogni resistenza con il peso dei numeri.

Il processo evolutivo che porta alla battaglia ellenistica complica non poco le cose. Innanzitutto ci fu una consistente differenziazione tra le tipologie dei combattenti. Ai fanti armati pesantemente si aggiungono anche i cosiddetti fanti leggeri, che con le loro armi da getto e la mobilità che è consentita loro dall'assenza di pesanti scudi o corazze, possono gravemente nuocere ai primi.

C'è la cavalleria pesante, la quale combinando l'imprevedibilità della propria velocità alla potenza del proprio urto può assestare colpi improvvisi sfruttando i momenti di debolezza dell'avversario.

C'è la cavalleria leggera, infine, che può superare in agilità tanto la cavalleria pesante quanto i fanti leggeri e sfruttando a dovere questa caratteristica può tenere impegnati avversari più forti e numerosi, eventualmente anche attaccandoli dopo averli esasperati con un continuo movimento elusivo e fiaccati con le armi da tiro.

Gli interventi di Filippo II e del figlio Alessandro conducono alla tattica macedone e alla battaglia ellenistica. Il fulcro di questo dispositivo tattico è il coordinamento tra i 4 tipi di truppe citati, affinché sia dato modo alle truppe di elite (usualmente la cavalleria pesante), di esplicare nelle migliori condizioni possibili tutta la propria forza in un colpo che decida la battaglia. È il concetto di ''armi combinate”, mediante il quale si tende da un lato a valorizzare al massimo i propri pregi, minimizzando, invece, quelli degli avversari, e dall’altro a nascondere i propri difetti aspettando il momento in cui l’avversario esponga i suoi.

La combinazione delle diverse armi genera una sommatoria che è maggiore della semplice “somma algebrica delle forze”, perché l'organizzazione gli dà un qualcosa in più.

Un processo indirizzato alla finalizzazione del colpo risolutivo, che viene sferrato dalla cavalleria pesante, di norma, perché essa possiede sia la velocità per sfruttare il momento propizio, sia la forza d’urto per essere decisiva.

È indubbiamente un enorme passo avanti rispetto alla tattica oplitica, ma Annibale va oltre.

In primo luogo ribalta il fine della tattica: non più quello di sfruttare al meglio i propri punti di forza scatenandoli su quelli di debolezza avversari, bensì creare l'insieme di condizioni che rendono inevitabile la sconfitta del nemico facendolo diventare debole proprio là dove questa debolezza è la condizione necessaria e sufficiente per la sua sconfitta.

Per riuscire in questo disegno, il comandante cartaginese deve rinnovare profondamente anche il concetto di armi combinate. Nella sua mente la battaglia è un tutto unico: certo, lo scontro sul campo sarà diviso in momenti e in azioni diverse, ma in realtà si tratta di un solo, unico movimento compiuto dall'esercito nel suo complesso. L’esercito non è un “insieme di parti organizzate” come era l'esercito ellenistico: le truppe, il loro schieramento e il piano di battaglia sono un’unica materia finalizzata alla vittoria.

Di Annibale è sempre stata esaltata, e a ragione, l'abilità nella guida delle truppe mercenarie provenienti dalle più svariate regioni del mondo. E si sottolinea la sua abilità nel trasformare bande tribali rozze e feroci in uno strumento di vittoria.

È errato, però, parlare di “trasformazione”: più corretto, invece, di adattamento ad un sistema, di assegnazione di un ruolo nell'ambito del piano di battaglia.
Annibale -- e Scipione con lui -- è un eccezionale "autore-regista" di battaglie: come un autore-regista di cinema o di teatro inventa una trama, scrive un copione, assegna le parti agli attori e li guida e li istruisce nell'interpretazione, altrettanto Annibale fa nelle sue battaglie, che non per nulla sono considerate dei capolavori dell'arte militare: si contano sulla punta delle dita i comandanti militari che sono riusciti a fare una battaglia di tipo annibalico durante tutta la loro carriera: i più si sono limitati a diventare famosi per battaglie di tipo ellenistico-alessandrino.

Annibale pone grandissima cura nello studio psicologico dell'avversario e fa leva sul carattere del nemico per ottenere quei vantaggi che si rivelano poi decisivi sul campo di battaglia.

Esaminiamo, dunque, in estrema sintesi le tre più famose battaglie di Annibale, per cercare di comprenderne meglio il meccanismo.

Alla Trebbia (218) Annibale aveva informazioni precise sul carattere dei consoli: conosceva l'impulsività di Sempronio Longo, ed aspettò il giorno in cui era al comando lui e non Publio Cornelio Scipione (il padre...) tra l'altro ferito in una schermaglia e salvato da Publio Cornelio Scipione (il figlio) per tendere una trappola all'esercito romano ed attirarlo in battaglia: 1.000 cavalieri numidi e 1.000 fanti leggeri furono occultati in un'imboscata al comando di Magone e quindi, all'alba, il resto dei numidi fu inviato a molestare il campo romano. Nel frattempo Annibale si assicurava che i suoi uomini facessero una colazione calda e si proteggessero dal freddo ungendosi d'olio. Sempronio reagì secondo quanto previsto, portando le truppe fuori dal campo senza nemmeno farli mangiare, dando subito la caccia ai numidi con la cavalleria ed inseguendoli oltre la Trebbia, gelata per il freddo. Così i romani si schierano oltre il fiume e quando il movimento avvolgente di Annibale e l'attacco alle spalle di Magone li manda in rotta, molti perirono annegati nella Trebbia. Le perdite di Annibale furono leggere, soprattutto galli: truppe che egli usava cinicamente in posizione molto esposta per assorbire gli attacchi dei romani.

Al Trasimeno (217) Annibale provoca i romani ad inseguirlo dopo aver devastato il territorio etrusco. Quindi si incammina lungo la riva del lago Trasimeno e lo supera, ma le sue fanterie leggere e galliche si dispiegano per vie nascoste lungo la cresta che lo costeggia. Quando il console Flaminio, ripreso l'inseguimento senza un minimo di ricognizione, si accorge che spagnoli ed africani gli bloccano il passaggio, tenta di schierarsi in battaglia, ma è perfettamente inutile, perché l'inaspettato attacco sul fianco ne ha già decretato la sconfitta.

A Canne (216) Annibale si superò. Il centro a forma di mezzaluna, la fanteria africana divisa sui due fianchi, un'ala di cavalleria forte ed una debole: è tutto un unico meccanismo finalizzato alla distruzione di un'armata nemica che si è fatta confinare in uno spazio ristretto. La formazione di fanteria va letta nella sua simmetria, dividendola per un asse centrale: si tratta di un doppio "fianco rifiutato rinforzato", ovvero di due diagonali accostate con le estremità "forti": una, quella proiettata verso il nemico, per resistere il più possibile alla sua pressione, e dare il tempo materiale alla seconda, quella lontana, di operare l'aggiramento, i cui tempi sono dettati e scanditi dall'azione della cavalleria, che deve sopraffare le ali nemiche per chiudere e completare l'aggiramento.

La cavalleria pesante compie un'azione non comune nella storia militare: addirittura una tripla carica, dimostrando di essere non solo sotto controllo, ma eccezionalmente misurata nello sforzo. Prima sconfigge la cavalleria romana sulla propria ala, poi gira dietro lo schieramento per andare a distruggere quella opposta, che i numidi hanno tenuto a bada con le loro schermaglie, e infine assesta il colpo mortale alla fanteria attaccandola alle spalle. Ma è errato credere che sia la cavalleria a vincere la battaglia: essa completa e corona un'opera già iniziata dalla fanteria: e ogni parte fornisce un contributo essenziale ed irrinunciabile.

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La seconda guerra punica tra cartagine e Roma è iniziata da due anni (219 a.C.).

Il generale Cartaginese Annibale Barca, il più grande condottiero del suo tempo, sta scendendo l'Italia (via Pirenei ed Alpi) alla guida di una eterogena armata di circa 50.000 uomini, 9.000 cavalli e 37 elefanti.

L'armata che originariamente era composta da Africani (Cartaginesi, Numidi, Libici e Moreschi) lungo la lunga marcia era stata ingrossata con l'arrivo prima degli Iberici (Balerai, Guaschi ed Asturi), poi dei Celti ed infine dei Liguri e degli Insubri (gli abitanti della valle dell'Insubria in zona Varese).

Sconfigge le armate Romane sul Ticino e sulla Trebbia ... marcia su Roma (o meglio finge di...).

Gli elefanti, gli antenati dei moderni carri armati, con cui aveva attraversato le Alpi sono ormai morti.

Passa l'Appennino e risalendo l'Arno ferma i suoi uomini, che a causa della peste si erano ridotti a 40.000, sulle colline tra Monte Gualandro e Montigeto in prossimità dell'attuale Tuoro sul Trasimeno.

A braccarlo dalla Val di Chiana ci sono le milizie del Console Caio Flaminio.

I Romani sono forti di circa 25.000 uomini e quindi sono in netta inferiorità numerica.

I Romani si erano accampati sui "Montes Cortonenses" tra Cortona ed il Trasimeno.

E' il 24 Giugno 217 a.C. ed il Console Caio Flaminio, convinto che Annibale fosse ancora ad almeno un giorno di marcia dal Trasimeno, decide muovere verso nord per ricongiungersi alle truppe del Console Servilio che scendevano da Rimini.

Costeggia il lago e punta deciso ad attraversare la valle che dal Borghetto porta a Tuoro senza usare particolari precauzioni, ovvero senza verificare cosa ci fosse sui colli.

Le milizie Romane si mossero snodandosi per oltre un chilomentro praticamente in fila indiana per una strada, ancora oggi chiamata il Malpasso.

La classica nebbia che avvolge il lago c'era allora come oggi ed Annibale attaccò dall'alto con la cavalleria senza pietà.

L'esercito romano si trovò subito con il fianco sinistro totalmente scoperto e con la fuga bloccata dai canneti del Lago Trasimeno ... e fu un massacro.

Oltre 16.000 legionari morirono ed il torrente che passa per la valle dal quel giorno cambiò nome in Sanguineto.

Per le armate romane fu una delle battaglie con il più alto numero di morti, terza sola alla disfatta con oltre 50.000 perdite di Canne, sempre ad opera di Annibale, ed al massacro di 25.000 legionari nella Foresta Nera tedesca, ma questa è un'altra storia.

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Annibale (Dono - o Grazia - di Baal), figlio di Amilcare che era stato soprannominato "Barca" (da Barak che in punico significava "fulmine"), nacque nel 247 a.C. Il padre, dopo la sconfitta di Cartagine nella Prima guerra punica e dopo aver domato la ribellione dei mercenari e dei sudditi libici, in rotta con il partito aristocratico, cercava la rivincita. Convinse il "Senato" cartaginese a dargli un esercito per conquistare l'Iberia che alcune fonti indicano come un dominio cartaginese perduto. Cartagine fornì solo una forza relativamente ristretta e Amilcare accompagnato dal figlio Annibale, dopo avergli fatto giurare odio eterno a Roma sull'altare di Baal, intraprese nel 237 la marcia lungo le costa del Nord Africa fino alle Colonne d'Ercole. Gli altri due figli, Asdrubale e Magone, restarono a Cartagine. Pur con poche truppe e pochi finanziamenti, Amilcare sottomise le città iberiche scegliendo come base operativa la vecchia colonia punica di Gades, l'odierna Cadice. Egli riaprì le miniere per autofinanziarsi, riorganizzò l'esercito e iniziò la conquista. Fornendo alla madrepatria convogli di navi cariche di metalli preziosi che aiutarono Cartagine nel pagamento dell'ingente debito di guerra con Roma, Amilcare ottenne finalmente grande popolarità in patria. Sfortunatamente fu ucciso in un combattimento nel 229. Spirando designò il marito di sua figlia, Asdrubale, quale successore. Per otto anni Asdrubale comandò le forze cartaginesi consolidando la presenza punica, edificando una nuova città (Carthago Nova - oggi Cartagena). Asdrubale, impegnato nel consolidamento delle conquiste cartaginesi in Iberia, approfittò delle relativa debolezza di Roma che doveva fronteggiare i Galli in Italia e in Provenza per strappare il riconoscimento della sovranità cartaginese a sud del fiume Ebro. Asdrubale morì nel 221 a.C. pugnalato in circostanze mai veramente chiarite. I soldati acclamarono loro comandante il giovane Annibale. Aveva ventisei anni e ne aveva passati diciassette lontano da Cartagine. Il governo cartaginese confermò questa scelta.

Dopo due anni trascorsi a completare la conquista dell'Iberia a sud dell'Ebro, Annibale si sentì pronto alla guerra. Cominciò l'assedio di Sagunto - città alleata a Roma con il pretesto che si trovava a sud dell'Ebro e quindi non rientrava nel territorio protetto dal trattato stipulato con Roma. L'assedio durò otto mesi e terminò nel 219 a.C. con la conquista della città. Conquista agevolata da Roma che, impegnata su altri fronti, si limitò a mere proteste verbali presso Cartagine, la quale, aveva buon gioco nel declinare le responsabilità. Il senato cartaginese, ricevuta alla fine di marzo 218 a.C. un ambasceria romana, capeggiata dal princeps del Senato M. Fabio Buteone, non accettò le condizioni dei romani (restituzione di Sagunto e consegna di Annibale). La guerra divenne inevitabile.

La seconda guerra punica

Nella primavera del 218 a.C., sul finire di maggio, dopo aver lasciato il comando della Spagna centrale e meridionale al fratello Asdrubale, Annibale, iniziò la grande marcia. 90 mila fanti, 12 mila cavalieri e 37 elefanti lasciarono Carthago Nova con un unica meta, l'Italia. Dopo aver valicato il confine del fiume Ebro, iniziarono i primi problemi. L'opposizione delle genti catalane a nord dell'Ebro fu molto forte. Polibio scrive che Annibale "dovette combattere almeno contro quattro tribù". Gli Ilergeti, i Bargui, gli Ausetani e i Lacetani. A difendere le nuove conquiste Tarragona, Barcino (l'odierna Barcellona), Gerona e tutta la Costa Brava, Annibale lasciò il nipote Annone con 11 mila uomini. Altri uomini furono congedati e tornarono in Spagna. Tolti dal numero i congedati, i morti in battaglia, i dispersi e i disertori, 50 mila fanti, 9 mila cavalieri e i 37 elefanti raggiunsero e oltrepassarono i Pirenei durante il mese di Agosto. Dopo un relativamente facile attraversamento dei Pirenei, Annibale dovette scontrarsi con le tribù galliche alleate alla colonia greca di Marsiglia e - contrariamente alle aspettative del generale cartaginese - del tutto indifferenti alla situazione delle consorelle che occupavano la Pianura Padana e sentivano la pressione delle armi romane. Raggiunto il Rodano agli inizi di settembre, Annibale trovò ad aspettarlo Magilo, re dei Boi (popolazione della Gallia Cisalpina), venuto ad aiutare il generale cartaginese ad attraversare le Alpi al fine di combattere il comune nemico: Roma. Nel frattempo il console Publio Cornelio Scipione (padre del futuro Scipione l'Africano), che aveva radunato in agosto il suo esercito a Pisa per imbarcarlo alla volta della Spagna, venne raggiunto dalla notizia che Annibale aveva varcato i Pirenei e decise di bloccarlo sul Rodano, poiché non essendo il fiume guadabile, Annibale avrebbe dovuto costruire un ponte di barche per attraversarlo col suo imponente esercito, con conseguente rallentamento nella marcia. Così il console veleggiò verso la città alleata di Massilia, l'odierna Marsiglia, alle foci del fiume. Annibale dopo aver annullato la resistenza di alcune tribù celtiche, mandò la cavalleria numidica in avanscoperta e avvenne il primo contatto con l'esercito nemico: trecento cavalieri che pattugliavano la zona. Fu solo una scaramuccia, ma le distanze fra i due eserciti si erano ormai annullate. Il generale cartaginese volle evitare lo scontro, poiché il suo scopo era di arrivare in Italia e fomentare la sollevazione delle popolazioni assoggettate dai romani, così dopo aver fatto passare il fiume agli elefanti tramite un espediente (zatteroni mimetizzati da terreno con ai fianchi otri di pelle pieni di paglia per regger il peso), puntò verso nord risalendo il corso del Rodano. Arrivato all'altezza dell'odierno fiume Isère, seguì il suo corso, e decise di attraversare le Alpi dal Moncenisio (secondo la versione di Polibio). Era la fine di ottobre per poco Annibale riuscì a raggiungere la Pianura Padana prima dell'inverno mantenendo quell'effetto sorpresa che voleva ottenere. Dei sessantamila che avevano attraversato i Pirenei, solo 20 mila fanti, 6 mila cavalieri e 21 elefanti (di cui, secondo Polibio, solo uno riuscirà a sopravvivere all'inverno e alle conseguenze del viaggio), riuscirono ad arrivare nella Pianura Padana, meno della metà. Sconfiggendo tribù montane, difficoltà del terreno e intemperie, Annibale aveva compiuto una delle imprese militari più memorabili del mondo antico.

La sua improvvisa apparizione fra i Galli della Pianura Padana fece staccare molte tribù dalla appena stipulata alleanza con Roma. Dopo una breve sosta per lasciare riposare i soldati, Annibale si assicurò le posizioni alle spalle sottomettendo la tribù ostile dei Taurini (nei dintorni dell'odierna Torino). Quindi mosse lungo la valle del Po sconfiggendo i Romani, guidati da console Publio Cornelio Scipione, in una scaramuccia presso Victumulae lungo il Ticino costringendoli ad evacuare buona parte della Lombardia con azioni della sua superiore cavalleria. Nel dicembre dello stesso anno ebbe l'opportunità di mostrare la sua capacità strategica quando attaccò al fiume Trebbia (Battaglia della Trebbia) vicino Piacenza le forze di Publio Cornelio Scipione (padre dell'Africano) cui si erano aggiunte le legioni di Tiberio Sempronio Longo. Tatticamente la battaglia anticipò quella di Canne. L'eccellente fanteria romana si incuneò nel fronte dell'esercito cartaginese ma i romani furono accerchiati ai fianchi dalle ali di cavalleria numidica e respinti verso il fiume. Di 16.000 legionari e 20.000 alleati si salvarono circa 10.000 uomini che ripiegarono nella colonia romana di Piacenza fondata da pochi anni (218 a.C.).

Dopo aver resa sicura la sua posizione nel nord Italia con questa battaglia, Annibale acquartierò le sue truppe per l'inverno fra i Galli il cui zelo per la sua causa, cominciò a scemare a causa dei costi del mantenimento dell'esercito punico. Nella primavera del 217 a.C. Annibale decise di trovare a sud una base di operazioni più sicura. Con le sue truppe e l'unico elefante sopravvissuto all'inverno, attraversò quindi l'Appennino senza incontrare opposizione. Lo attendevano grosse difficoltà nelle paludi dell'Arno dove perse molte delle sue truppe per i disagi e le malattie e dove egli stesso divenne cieco da un occhio.

Avanzò quindi in Etruria su terre più elevate inseguito dalle armi romane. Con l'aiuto della nebbia riuscì a sconfiggere i romani a Tuoro sul Trasimeno, nella più conosciuta Battaglia del Lago Trasimeno piombando all'improvviso sulle truppe romane in spostamento e spingendole sulle spiagge e nelle acque del lago. Morì il console Gaio Flaminio, ma lo stesso Annibale fu ferito ad un occhio (e lo perse poco dopo) da una frecciata. La strada per Roma era aperta. Rendendosi però conto di non disporre di un esercito tecnologicamente attrezzato per un assedio della Città, e constatando che man mano che si addentrava in Umbria le popolazioni si mostravano sempre più fedeli a Roma e a lui più ostili, preferì sfruttare la sua vittoria per spostarsi dal Centro al Sud Italia e lì provare a suscitare una generale rivolta contro i dominatori di Roma. In questo fallì perché la maggior parte delle città sottomesse a Roma non si rivoltarono.

Anche se controllato e disturbato strettamente dalle truppe del dittatore Quinto Fabio Massimo che sarà detto "il Temporeggiatore", riuscì parzialmente nel suo intento staccando vari popoli dall'alleanza con Roma. In un'occasione, anche se intrappolato nella pianura Campana riuscì a sfuggire con uno stratagemma e a trovare una base confortevole nelle pianure dell'Apulia, dove i Romani non osavano scendere per timore della superiore cavalleria del cartaginese.

Annibale attraversa le Alpi

Nella campagna del 217 a.C. Annibale non riuscì a ottenere un seguito fra le popolazioni Italiane ma l'anno seguente ebbe l'opportunità di creare una svolta in questo atteggiamento. Un forte esercito Romano comandato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Caio Terenzio Varrone avanzò verso di lui in Apulia e accettò battaglia nei pressi di Canne (Battaglia di Canne). Ponendo al centro dello schieramento i Galli (che come previsto cedettero rapidamente) e attaccando con la cavalleria pesante numidica la cavalleria leggera di Roma, messa presto in fuga, Annibale riuscì a circondare le legioni e a distruggerle quasi completamente. I romani ebbero 60.000 caduti, 10.000 caddero prigionieri e solo 10.000 circa riuscirono a rifugiarsi a Venusia con il superstite console Varrone.

Le perdite di Annibale furono circa 6.000. Questa vittoria portò al suo fianco la quasi totalità delle popolazioni meridionali mentre l'Etruria e i Latini restarono fedeli all'Urbe. Non avendo però ricevuto aiuti a sufficienza né dalla madrepatria né dai nuovi alleati non poté portare un attacco diretto a Roma nonostante questa non potesse più schierare molte truppe a sua difesa. Dovette quindi accontentarsi di dispiegare le truppe al controllo del territorio e il solo evento notevole del 216 a.C. fu la conquista di Capua, allora la seconda maggior città d'Italia. Annibale vi pose la sua nuova base.

Negli anni successivi Annibale si dovette adattare a operazioni minori per lo più necessarie al controllo della Campania. Non riuscì a costringere i suoi nemici ad una battaglia definitiva e, anzi, dovette subire alcune leggere sconfitte. Con il passare del tempo la sua posizione nel Sud Italia divenne sempre più difficile. Le truppe affidate ai suoi subordinati non erano, in genere, capaci di operare da sole e né il governo cartaginese (che inviò solo 4.000 numidi e 48 elefanti [citazione necessaria]) né il suo alleato Filippo V di Macedonia (disturbato dall'azione diplomatica romana presso la Lega Etolica e Attalo I di Pergamo avversari del re macedone) operarono per portargli un aiuto concreto e sufficiente. La conquista di Roma diventava sempre più remota e difficile. Nel 212 a.C. Annibale ottenne un grande successo conquistando Taranto, colonia greca in prospettiva utile porto per ricevere aiuti via mare dall'Africa. Per contro, non riuscendo a respingere le armi romane in Campania perse il controllo della regione. L'anno successivo Annibale ritornò in Campania con tutto l'esercito e con una marcia attraverso il Sannio arrivò a tre Km da Roma causando il terrore della popolazione ma pochissimi danni e ancora meno pericolo.

Ma nello stesso anno Capua cadde nuovamente in mani romane. E Roma dimostrò come trattava le popolazioni che tradivano. Questo rese per lo più difficile la situazione del cartaginese facendo vacillare la decisione nelle altre popolazioni vicine. Nel 210 a.C. sconfisse un esercito proconsolare a Herdoniae (oggi Ordona) in Apulia e nel 208 a.C. distrusse una forza romana che assediava Locri. Però Quinto Fabio Massimo, nonostante i suoi quasi settant'anni, assalì Taranto che espugnò l'anno successivo. 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Era 209 a.C. e Roma con 10 delle sue 25 legioni attive (circa 200.000 uomini mobilitati) continuava la graduale riconquista del Sannio e della Lucania. Nel 207 a.C. Annibale ritornò in Apulia dove sperava di riuscire a concertare un ricongiungimento con un esercito cartaginese che stava discendendo l'Italia agli ordini del fratello Asdrubale. Per sua sfortuna, Asdrubale fu sconfitto nella Battaglia del Metauro dalle legioni di Livio Salinatore e Caio Claudio Nerone e morì. Annibale dovette ritirarsi nelle montagne del Brutium (Calabria) dove riuscì a resistere per alcuni anni. Il fratello superstite Magone venne fermato in Liguria 205 a.C. - 203 a.C. e i negoziati con Filippo V di Macedonia non gli portarono nessun vantaggio a causa dell'interferenza Romana. L'ultima speranza di successo in Italia ebbe termine.

Ritorno in Africa

Nel 204 a.C. Publio Cornelio Scipione Africano che l'anno prima era stato eletto console portò la guerra in Africa con 25.000 uomini. Scipione si alleò con Massinissa re numida avversario dell'altro re numida, Siface, che lo aveva cacciato dal regno con l'aiuto dei cartaginesi, e ne poté usare la cavalleria, molto più adatta alle nuove tattiche belliche di quella romana. Cartagine cercò di intavolare trattative di pace ma Scipione sconfisse le forze di Asdrubale e Siface in due consecutive battaglie.

Nel 203 a.C. Annibale e il fratello Magone, che aveva appena subito una sconfitta a Milano e che morì nel viaggio di ritorno, furono richiamati in patria e il condottiero, dopo aver lasciato un ricordo della sua spedizione su tavole di bronzo nel tempio di Giunone di Capo Lacinio, fece vela per l'Africa. Il suo arrivo a Cartagine ridiede il vantaggio al partito della guerra che lo pose alla testa delle truppe, un misto di milizie cittadine e dei suoi veterani e mercenari. Nel 202 a.C. dopo un'inutile conferenza di pace con Scipione si scontrò con lui nella Battaglia di Zama. Scipione ormai conosceva le tattiche dell'avversario e, paradossalmente, le usò contro il loro inventore. La cavalleria numidica di Massinissa sbaragliò quella cartaginese. Inoltre le disaggregate forze cartaginesi non potevano reggere al confronto con l'esercito romano, ottimamente allenato e disciplinato. La sconfitta di Annibale a Zama pose fine alla residua resistenza di Cartagine e alla Seconda guerra punica.

Annibale aveva appena 46 anni e dimostrò di saper essere non solo un condottiero ma anche un uomo di stato. Dopo un periodo di oscuramento politico, nel 195 a.C. tornò al potere come suffeta (capo del governo). Il titolo era diventato abbastanza insignificante ma Annibale gli ridiede potere e prestigio. L'economia cartaginese, pur se deprivata degli introiti del commercio, stava riprendendo vigore con un'agricoltura specializzata. Annibale tentò una riforma dello Stato per incrementare le entrate fiscali ma l'oligarchia, sempre gelosa di lui, tanto da accusarlo di aver tradito gli interessi di Cartagine quando era in Italia evitando di conquistare Roma quando ne aveva avuto la possibilità, lo denunciò ai sempre sospettosi romani.

L'esilio

Annibale preferì scegliere un volontario esilio. Prima tappa fu Tiro, la città-madre di Cartagine. Dopo fu a Efeso alla corte di Antioco III, re di Siria. Questo re stava preparando una guerra a Roma. Annibale si rese subito conto che l'esercito Siriaco non avrebbe potuto competere con quello romano. Consigliò quindi di equipaggiare una flotta e portare un esercito nel sud Italia aggiungendo che ne avrebbe preso lui stesso il comando. Antioco III, però ascoltò piuttosto cortigiani e adulatori e non affidò ad Annibale nessun incarico importante. Nel 190 a.C. Annibale fu posto al comando della flotta fenicia ma fu sconfitto in una battaglia alle foci dell'Eurimedonte.

Dalla corte di Antioco che sembrava pronto a consegnarlo ai Romani, Annibale fuggì per nave fino a Creta. È celebre l'aneddoto del suo inganno; i Cretesi non volevano lasciarlo più partire a meno che non lasciasse nel loro tempio principale l'oro che aveva con sé come offerta votiva. Egli allora finse di acconsentire. Consegnò un grosso quantitativo di ferro appena ricoperto da un sottile strato d'oro e trafugò invece le sue barre fondendole e nascondendole all'interno di statue di magnifica fattura che egli portava sempre con sé e che i Cretesi gli permisero di portar via. Da Creta quasi subito ritornò in Asia. Racconta Plutarco che Annibale si spinse a cercare rifugio nel lontano regno del re Artassa, nell'attuale Armenia, dando molti consigli al proprio ospite, tra l'altro sulla costruzione di un nuova città in una zona del territorio di natura eccellente e assai amena, ma incolta e trascurata. Artassa fu ben felice di conferire l'incarico di dirigere i lavori al condottiero Cartaginese, che diede prova di ottimo urbanista, contribuendo all'edificazione della nuova capitale degli Armeni, nei pressi del fiume Mezamòr, a nord del monte Ararat, che prese il nome (in onore del sovrano) di Artaxana; conosciuta per tutta l'antichità e presente a lungo nelle carte geografiche è oggi quasi del tutto scomparsa. In seguito Annibale tornò a volgersi ad Occidente, chiedendo rifugio a Prusa I re di Bitinia, nell'attuale Anatolia. Qui fece costruire la seconda città dopo Artaxana, che chiamò, ancora una volta in onore del proprio ospite, Prusia - di cui ancora rimangono le vestigia dell'Acropoli - che in seguito diventerà Bursa, futura prima capitale dell'Impero Ottomano. La parabola del Condottiero si conclude proprio in Bitinia, nei pressi di Lybissa, l'attuale Gebze, 40 km a est di Bisanzio. Ancora una volta i Romani sembrarono determinati nella sua caccia e inviarono Flaminio per chiedere la sua consegna. Prusa accettò di darlo loro ma Annibale scelse di non cadere vivo nelle mani del nemico. A Libyssa sulle spiagge orientali del Mar di Marmara prese quel veleno che, come diceva, aveva a lungo conservato in un anello. Curioso (ma non si sa quanto veritiero) a questo punto l'oracolo che in giovane età lo aveva sempre convinto che sarebbe morto in Libia, a Cartagine e che citava testualmente: "Una zolla libyssa (libica) ricoprirà le tue ossa". Immaginiamo quale fosse il suo stupore quando apprese il nome di quella lontana località in cui si era rifugiato. Le sue ultime parole si dice fossero: "Poiché i Romani non hanno tempo di aspettare la morte di un vecchio, vediamo di fare loro questo favore". L'esatta data della sua morte è fonte di controversie. Generalmente viene indicato il 182 a.C. ma, come sembra potersi dedurre da Tito Livio, potrebbe essere stato il 183 a.C., lo stesso anno del suo vincitore: Scipione l'Africano.

Calunnia

La figura di Annibale ha sofferto di una storica distorsione. I soli scritti su di lui sono le fonti romane, ovviamente molto ostili, in quanto Roma lo considerò il peggior nemico che abbia dovuto fronteggiare. Le accuse al cartaginese si rivelano alquanto ipocrite. Quando al Lago Trasimeno morì il console Gaio Flaminio, Annibale ne cercò invano il corpo sul campo di battaglia. In un'altra occasione le ceneri del console Marcello furono restituite alla famiglia. Ma quando Marco Livio Salinatore e Caio Claudio Nerone sconfissero Asdrubale alla Battaglia del Metauro, la testa del fratello di Annibale fu gettata nel campo cartaginese. Non sembra che Annibale fosse più crudele di così, ma l'immagine persiste. Cicerone quando parlava dei due grandi nemici di Roma usò per Pirro il termine "onorevole" mentre definiva "crudele" Annibale. Per contro ricordiamo che Polibio, pur essendo ostaggio greco a Roma, entrato nel circolo degli Scipioni - acerrimi nemici del cartaginese - ne ha sempre esaltato la figura. Anche Tito Livio traccia un ritratto più equilibrato del grande nemico.

Posto nella Storia

Il nome di Annibale è molto conosciuto nella cultura popolare, misura oggettiva della sua importanza nella storia del mondo occidentale. L'autore dell'articolo nell'Enciclopedia Britannica del 1911 (pubblico dominio) così lo descrive:

Sul genio militare di Annibale non vi possono essere due opinioni. Un uomo che per quindici anni riesce a tenere il campo in una terra ostile e contro potenti forze guidate da una serie di abili generali deve essere un comandante e uno stratega supremo. Per stratagemmi e imboscate certamente superò tutti i generali dell'antichità. Senza dimenticare lo scarso aiuto fornitogli dalla madrepatria. Quando dovette fare senza i suoi veterani, organizzò sul momento truppe fresche. Non abbiamo mai sentito di ammutinamenti nei suoi eserciti anche se composti di Libici, Iberici e Galli. E ancora; tutto quello che sappiamo di lui proviene da fonti ostili. I Romani lo hanno tanto temuto e odiato che non poterono rendergli giustizia. Tito Livio parla di sue grandi qualità ma anche di suoi egualmente grandi vizi, fra cui segnala la sua più che punica perfidia e l'inumana crudeltà. Per la prima non vi era altra giustificazione della sua consumata bravura nelle imboscate. La seconda deriva, noi crediamo, dal fatto che in certi casi si comportò come le usanze belliche dell'epoca consentivano. Certo non arrivò alla brutalità di Claudio Nerone con la testa di Asdrubale. Polibio dice semplicemente che fu accusato di crudeltà da Romani e di avarizia dai Cartaginesi. In effetti Annibale ebbe acerrimi nemici e la sua vita fu una continua lotta contro il destino.

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Sat Nov 18, 2017 6:02 pm