La vittoria elettorale puttosto netta dei Democratici alle cosiddette elezioni di metà mandato ha definitivamente confermato anche agli irriducibili scettici quello che i sondaggi ormai evidenziavano da tempo: la guerra in Iraq ormai è sempre più impopolare. Premesso ciò, che ora come ora l’unico obiettivo dell’amministrazione, aldilà degli schieramenti originali assunti quando la guerra fu dichiarata, è quello di ritirarsi in buon ordine, l’Iraq suscita numerose preoccupazioni.
Innanzi tutto ci […]
[…] troviamo di fronte a quello che si delinea sempre più come un pericolosissimo buco nero geopolitico, un cosiddetto “failed state“, stato fallito, quegli stati cioè in cui la mancanza di controllo del territorio da parte di un’amministrazione centrale fa sì che gruppi delinquenziali e terroristici, spesso difficilmente distinguibili, possano agire nella più incompleta impunità. Oltre a diventare delle zone franche, gli stati falliti diventano epicentri di un’instabilità che può facilmente propagarsi anche agli stati circostanti, che spesso versano in condizioni di poco più stabili. Per quanto riguarda l’Iraq, si è visto come questo paese sia diventato una vera e propria palestra per terroristi, che dopo essersi addestrati là tornano ai propri paesi d’origine per mettere a frutto le loro esperienze. E’ quanto si è visto nel caso della Giordania, colpita da attentati compiuti da terroristi entrati nel paese dall’Iraq. I terroristi stanno facendo di tutto per mantenere la situazione di disordine in cui il paese versa, gettando benzina sul fuoco della tensione ormai esplosiva che cova tra sunniti e sciiti. Ormai siamo in una situazione di vera e propria guerra civile. I sunniti, o meglio gli insorti sunniti, hanno spesso colpito gli sciiti, in quanto accusati di essere dei colaborazionisti dell’occupazione americana. A questo si aggiungeva la considerazione che, in un Iraq pacificato e “democratico”, il ruolo dei sunniti, che sono minoritari e risiedono nelle aree più povere di petrolio, sarebbe stato sicuramente ridimensionato rispetto al passato. Molti sunniti, specialmente quelli che risiedono nelle regioni popolate da tutte e due le comunità, temevano, e purtroppo non del tutto sbagliando, che sarebbero iniziati i regolamenti dei conti. E questo è avvenuto. Gli sciiti, che hanno monopolizzato i corpi di polizia e, per lungo tempo, anche l’apparato amministrativo del nuovo Iraq, hanno costituito squadroni della morte e iniziato un processo di vera e propria pulizia etnica mirante a eliminare i sunniti dalle aree miste. L’unica comunità riuscita a tenersi fuori dalla mischia è stata quella curda. Se si va in Kurdistan, a quanto hanno riferito giornalisti che ci sono stati, non sembra di stare nel martoriato Iraq. La situazione lì è quasi del tutto tranquilla, i proventi del petrolio affluiscono a fiumi nelle casse dell’amministrazione regionale di questa regione, in realtà uno stato de facto indipendente. Tuttavia anche qui è in atto una silenziosa opera di eliminazione della minoranza sunnita dalle aree miste.
In un paese così disastrato, privo di un governo capace di mantenere l’ordine, in preda a spinte centrifughe, in una situazione di latente guerra civile, con una polizia e un esercito che, aldilà delle pompose dichiarazioni, non sono ancora assolutamente in grado di controllare il territorio, come possono le potenze che hanno partecipato alla guerra in Iraq o, come noi, si sono fantozzianamente fatti incastrare nel dopoguerra, andarsene dall’Iraq senza lasciare un paese destinato ad esplodere, con conseguenze gravissime per tutto il Medio Oriente? In realtà il ritiro, silenzioso, alla chetichella, è già in atto. Il nostro contingente abbandonerà il paese entro dicembre, sostituito dagli Austrialiani. Gli Inglesi stanno ridimensionando il loro impegno là. I Polacchi, dopo fiere dichiarazioni di alleanza indissolubile con gli Stati Uniti, se ne sono andati improvvisamente adducendo problemi di bilancio. Gli Stati Uniti sanno alla lunga di rimanere soli. Negli ultimi tempi si è dato grosso risalto alla proposta del democratico Baker, di fare dell’Iraq uno stato federale con poteri fortemente decentrati. Ma questa non è assolutamente una panacea ai mali di questo paese. Un progetto chiaro non c’è. Per questo credo che, nel giro di un altro annetto di propri militari uccisi in una guerra impopolarissima, rimasti praticamente soli, gli Americani faranno fagotto e se ne andranno. Ora come ora non potrei nemmeno biasimarli. Ma lasceranno, a meno di miracoli, un paese in preda al caos. E questo lo sconterà il Medio Oriente, ma anche noi ne sentiremo le conseguenze.
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Tag di questo articolo: buco nero, geopolitico, giordania, gruppi, guerra in iraq, obiettivo, sunniti e sciiti, vittoria, zone franche
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