Il cinismo della politica russa sta mostrando il vero volto di un leader da anni presentato come “araldo” e “difensore” della democrazia. Putin si sta sbarazzando dei “problemi” interni con metodi che contemperano l’assassinio di stato ed il genocidio (come stava arguendo la Politkovskaja prima di essere oggetto del primo trattamento). Paradossalmente oggi, nel trattare l’argomento, si parla di tutto tranne che di quello che è avvenuto e continua ad avvenire in Cecenia. Sarà bene rinfrescarsi un pò la memoria, per comprendere fino in […]
[…] fondo “l’umanità” della leadership russa tanto amata in italia e all’estero.
Per quanto riguarda la strategia : massacri dei ceceni con l’uso delle armi chimiche, delle bombe “sotto vuoto” e incendiarie; uccisioni nei campi di concentramento; operazioni di “pulizia”; pogrom; saccheggio; esecuzioni senza verdetto; torture miranti a colpire l’apparato riproduttivo dell’uomo; persecuzioni etniche in Russia e all’estero. A partire dal 1994, questi “metodi”, negli ultimi anni giustificati nel nome della guerra al terrorismo (evidente ossimoro per chiunque conosca le definizioni diffuse dalla C.i.a. di guerra e di terrorismo), hanno prodotto qualcosa come 160.000 morti ceceni.
Ovviamente, essendo Putin a capo di un grande paese, fondamentale per la distribuzione e la vendita dell’energia, guai a ricordargli che una distruzione di tale entità e con tali caratteristiche costituisce ciò che i più discreti chiamano crimini contro l’umanità. Certo non è possibile fare presente al Presidente russo che il suo paese ha firmato la convenzione che stabilisce che “le parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale”(Art.1 Convenzione sul genocidio 1948). A seguito di questi atteggiamenti il diritto appare sempre più come mera carta straccia. Pur essendo difficile per la politica europea, a causa di un’evidente inferiorità strategica ed energetica, muovere un forte attacco diretto a questa inumana politica autoritaria, che tra l’altro comporta la crescita di gruppi terroristici filoislamici all’interno della Cecenia stessa, sarà bene che, tra i difensori del diritto internazionale, si svolga una riflessione sulle scelte da prendere relativamente al futuro del diritto stesso e della democrazia nello scenario politico internazionale del domani, che si sta delineando sempre con maggiore chiarezza in seguito agli ultimi fatti. O si stabilisce, anche tacitamente, che all’interno di un sistema multipolare di fatto, come quello che si vive oggi, la politica sia dettata esclusivamente dagli interessi (e secondo i metodi) della potenza egemone regionale, con la conseguente distruzione di ogni forma di diritto che non sia quello del più forte, o si deve individuare e sostenere (anche all’interno di un sistema multipolare) una rinnovata modalità di risoluzione concordata ed istituzionalizzata e giuridicamente controllabile delle problematiche politiche contemporanee, le quali risultano scaturire sempre più dalle dinamiche della politica internazionale. Seguendo la prima opsione (che rispecchia la realtà odierna) il nostro sistema di valori, di regole e di vita durerebbe ben poco cancellato dalle istanze inappellabili e democraticamente incontrollabili del sistema (un’analogia può essere l’Ungheria del ‘56 dove nessuno poteva intervenire pena la crisi degli equilibri e quindi la guerra), che ridurrebbe ogni forma di dissenso ad una forma di silenzio, promuovendo una sorta di “pace dei cimiteri”. La seconda “via” risulta, innanzitutto, difficilissima da ottenere sul piano della prassi politica di breve periodo e, allo stesso tempo, indispensabile per garantire una qualunque forma di futuro alle società democratiche ed occidentali le quali dovrebbero (una volta per tutte) capire che ragionare esclusivamente in base agli interessi nazionali (come fanno da sempre ipocritamente gli Stati Uniti) in un mondo sempre più interdipendente rappresenta una delle più grandi forme di suicidio politico della storia. Bisogna dunque, ad avviso di chi scrive, riprogettare e rafforzare un criterio istituzionalizzato di governance internazionale puntando nel lungo periodo alla cessione di alcuni poteri statali nei confronti di sistemi sovrastatali regolati mediante il diritto internazionale, che contemperino efficenti strutture di sussidiarietà e di checks and balances . La sfida politica relativa al progetto appena esposto appare caratterizzata dalla difficoltà e dall’aleatorietà, oltre che da una buona dose di probabilità d’insuccesso. Nonostante questo, concludendo, si corrobora la bontà dell’opzione più difficile con la riflessione di un grande maestro: “Non sono un’ottimista ma non per questo credo che ci si debba arrendere. La posta in gioco è troppo alta perchè non si debba, ciascuno dalla propria parte, prendere posizione, benchè le probabilità di vincere siano piccolissime. Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una macchina. Anche se ci fosse un miliardesimo di miliardesimo di probabilità che il granello sollevato dal vento vada a finire negli ingranaggi e ne arresti il movimento, la macchina che stiamo costruendo è troppo mostruosa perchè non valga la pena di sfidare il destino”(N.Bobbio). Guardando alla Russia di oggi ci si convince che Bobbio avesse più che ragione.

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